Andrea Ortuño
L'evoluzione spirituale dell'artista nella mostra "salto quantico" alla Casa di Dante
Ho conosciuto Andrea Ortuño nel 2014, in occasione della sua mostra AnimaMundi. Mi fu subito chiaro che in lui vi era una capacità tutt’altro checomune. Sapeva guardare oltre la pelle, oltre il volto, oltre la maschera, perriconoscere la presenza di verità umane fondamentali. S’intuiva che quellipresentati nell’esposizione fiorentina non fossero “semplici” ritratti, ma che l’intentofosse riunire le fila di singole esistenze l’amico, la vicina di casa, lo sconosciutoincontrato per strada in un unico vasto e complesso disegno, nel quale gli individuismettono di essere separati l’uno dall’altro per scoprirsi scintille di un solo“fuoco”, frammenti di una sola anima: quell’anima mundi indicata dal titolo.Questo ciclo mostrava già chiaramente il suo desiderio di conoscere la naturaumana, di cercarne la vera origine, avviando un percorso che in quella fase,forse, non era ancora pienamente consapevole. Pensando al mito platonicodella caverna, potremmo dire che Ortuño stava per liberarsi dalle catene euscire fuori dall’antro, benché allora il suo cammino fosse soltanto agli inizi.Doveva ancora scontrarsi con la luce accecante della verità, abituarsi a poco a pocoa quell’intensità, per cominciare finalmente a vedere cosa davvero sinasconda dietro il velo delle umane credenze, quali altre dimensioni dellacoscienza e della realtà, quali altri esseri ed entità. Ed era inevitabile che,giunto al termine di questo cammino iniziatico, egli tornasse nella cavernaesattamente come il filosofo del mito per aprire gli occhi ai prigionieri rimastiancora dentro, incatenati, cercando con immagini e parole, di destarli dal loro“sonno”. Del resto, a che serve giungere alla verità se non per condividerla?Dante trasferisce nei versi della Divina Commedia la saggezza acquisita duranteil suo viaggio ultraterreno, così come fanno profeti, sciamani, iniziati, conparabole, riti, scritti esoterici. Ortuño ha consegnato alla pittura gli esiti di questosuo percorso d’illuminazione, che proprio dall’arte e con l’arte è iniziato, quandoalla fine degli anni Novanta già dipingeva un’umanità in conflitto tra desideri opposti escollegata dalla propria natura. Da lì è andato avanti, dapprima con i ritratti dellagià citata serie Anima Mundi, poi con altri cicli e opere singole, mettendoinsieme una narrazione visiva che documenta, immagine dopo immagine, la suaevoluzione interiore e spirituale. La personale Salto quantico che aprirà ilprossimo 16 maggio alla Società delle Belle Arti - Circolo Artisti “Casa di Dante”rappresenta un altro snodo fondamentale, essendo un momento di raccolta e disintesi delle conoscenze acquisite in questo viaggio sapienziale, ma ancheun’occasione per trasferirle agli altri attraverso una selezione meditata e coerentedi opere. Non meno importante il catalogo a corredo della mostra, in cui l’artistaspiega, ad esempio, come sue compagne in questa esperienza siano state l’ipnosiregressiva, multidimensionale ed esoterica, pratiche necessarie ad aprire quelleche William Blake, autore profetico, definiva “porte della percezione”, per indicarecome la conoscenza superiore gnosi possa venire solo superando i limiti del mondotemporale ed illusorio. Dalla premessa sappiamo, inoltre, che le opere esploranootto tematiche come altrettante tappe di un itinerario che, a questo punto, però,non descrive soltanto un’esperienza individuale, ma diventa una strada chechiunque in potenza può percorrere, a condizione di accettare unatrasformazione radicale e definitiva. La quale non è né facile né indolore giacchéimplica di morire a sé stessi, alle vecchie convinzioni, alle certezze radicate, perrinascere ad uno stato superiore di coscienza. Impossibile vedere il mondo congli occhi di prima una volta compiuto questo “salto”. Anche sentimenti umanicome paura, sofferenza, odio assumono un nuovo significato: diventano indizi diuna predazione dell’anima da parte di entità che occupano il corpo fisico percarpirne l’energia. È allora che l’anima, ponte tra mondo materiale e mondo spirituale,sprofonda in un abisso che cancella il volto umano per far emergere il mostro chevive in lui. L’orrore visto in faccia suggeriscono le opere di questa sezione ha unaspetto ferino, di carne informe, urlante, corrotta, specchio dell’anima che,imprigionata nel corpo, a poco a poco, si spegne, marcisce, fino al distacco definitivo.D’istinto, vengono in mente Goya, Füssli, Bacon, esploratori dell’inconscio, di statialterati di coscienza, dell’immaginazione oscura, dove i sogni si mescolano agliincubi e l’arte è riflesso delle umane fragilità. Ma a ben guardare, l’abisso di cuiparla Ortuño è ben più temibile e spaventoso di quello del nichilismo moderno perchélascia l’uomo in balia di malvagie potenze astrali che ne controllano mente ecorpo per farlo vivere in uno stato di illusione. Il socratico “so di non sapere”spiega, a questo punto, come il dominio di queste entità gli Arconti della dottrinagnostica consista nel mantenere l’uomo in uno stato di ignoranza, vincolandolocome uno schiavo ai desideri materiali e al soddisfacimento di bassi impulsi. Al verticedi questa malevola gerarchia si erge il Drago, figura simbolo della sessualità comeenergia al tempo stesso vitale e distruttiva: può vibrare ad alte frequenze, salire allevette dello spirito, se accompagnata dall’amore, oppure precipitare in basso, negliinferi del possesso, della smodatezza, della violenza. Ma non è un fatto “morale”,spiega Ortuño, nulla di riconducibile al concetto di colpa di cui la nostra cultura èintrisa. È qualcosa che, ancora una volta, chiama in causa dinamiche opposte:da un lato, la potenza di Eros, l’amore nostalgico del divino, quello chespinge a cercare la luce, a guardare oltre il velo della materia, dall’altro, laframmentazione di Psiche, l’anima che, precipitata nel corpo, non ricorda diavere un’origine trascendente. Mentre l’equilibrio tra queste due forze il celebreAmore e Psiche del Canova citato da Ortuño tiene a bada l’intervento del Drago,viceversa quest’ultimo torna ad avere il sopravvento quando il desiderio intrappola ilcorpo in una prigione invisibile. Un’azione rapace, aggressiva, violenta, dirapina vera e propria, con figure che alludono all’impero della materialità,della pesantezza fisica, della realtà tattile, e intorno un caotico pullulare dipresenze che amplificano la sensazione di minaccia. Seguono opere quelle chepotremmo definire “periodo blu” dell’artista in cui colore e figure evocano lasolitudine e la malinconia di un’umanità fatta di carne, muscoli, sofferenza,interiormente frammentata e totalmente immersa nella sua natura duale. Lapennellata densa, vibrante e carica di materia accentua l’isolamento delle figurein uno spazio opprimente e senza luce e al tempo stesso conferisce ai corpi unatensione emotiva febbrile e drammatica. Dall’anima mundi di cui si è già detto sipassa al ruolo della Terra Madre, permeata, a sua volta, da un’anima antica esapiente: riconoscerne la presenza è passaggio obbligato di un’evoluzione chedeve avvenire nell’unità con la natura, con il creato, con il vivente. Raffigurandoimponenti montagne dall’aspetto antropomorfo, giganti silenziosi dal volto di roccia,l’artista invita a vedere nella natura un’entità viva, pensante, permeata di spiritualitàe dunque meritevole di attenzione. La sesta sezione apre un varco sul destinodell’anima, la quale per liberarsi del “corpo/tomba” direbbe Platone di cui èprigioniera, deve risalire dall’inferno della condizione materiale, attraversando ladualità della coscienza per riportarla all’unità divina. Il mito di Orfeo ed Euridicesuggerisce, con il monito a “non voltarsi”, che non si può tornare indietro, lasciarsitentare dal ricordo del mondo materiale: la strada della salvezza si fonda su leggiimmutabili. Nell’interpretazione di Ortuño, i due mitici personaggi rappresentanol’unione degli opposti che confluiscono nell’androgino primordiale, con l’Occhio diRa a sorvegliare la scena, lamine orfiche a fare da cornice e ai lati il contrapporsi dinotturno e solare, inconscio e evoluzione, materiale e spirituale. Si arriva, così, allafase del “risveglio”, al di svelamento degli inganni: figure titaniche, come di eroiantichi, occupano il centro della scena, con una fisicità imponente, vigorosa,visivamente irrobustita da una nuova consapevolezza. Passaggio indispensabile perarrivare al “salto” che guida la coscienza verso la luce, al cambio di paradigma chemuta in via definitiva la percezione di sé e della realtà intorno. Ed è ancora, e dinuovo, l’amore il motore di questa trasformazione, l’energia che riunisce ciò che èstato separato, l’unica in grado di rimettere l’uomo in contatto con la sua partedivina. Quello raffigurato da Ortuño nelle opere di questa sezione è un totalecambiamento di stato, una transizione risolutiva da cui può nascere una nuovaumanità: senza più paura, senza più dolore, senza più attaccamenti. Alzarsi involo, vibrare all’unisono, nella perfezione d’amore, liberi finalmente dalle catenedell’ignoranza. Con l’augurio per ciascuno di compiere il proprio “saltoquantico”.
Daniela Pronestì
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